La Via dei Tigli (ella, una sommessa cantilena del

scritto da Lav Atanasijin
Scritto 23 ore fa • Pubblicato 21 ore fa • Revisionato 21 ore fa
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Autore del testo Lav Atanasijin
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Questa narrazione non s’erige qual mero e nudo racconto, bensì come un onirico affresco dell’età prima, miniato coi colori più viscerali e sanguigni della memoria.
- Nota dell'autore Lav Atanasijin

Testo: La Via dei Tigli (ella, una sommessa cantilena del
di Lav Atanasijin

Sull’empedrato rigido pendean sospesi... bianchi piatti di smalto, quasi le ave (le mie, deh, tutte le mie ave!) l’avessero divelti, ancora gementi di fuoco, dalle fauci del forno per appenderli alla corda più alta — un invisibile, aereo filo? — affinché abrasassero la carne della notte. Ma v’erano pure fili più bassi... dai quali solia distillare, ognora, un che di segreto... laggiù, in quella remota distanza oltre le dimore, sino ai giardini velati e proibiti agli sguardi estranei, ove le gatte domestiche, fecondate da ignoti e randagi padri, dondolavano nel sonno... e infine dormivano. E quel filo... quel filo correva sul sentiero più eccelso, di tetto in tetto, da un rebbio elettrico conficcato tra le antenne — simili a quelle che spiano il mare dalle torri delle grandi cittadi; se non che qui minor v’era il vento (un sovrano silenzio) e minor l’umidità.
...Era l’illuminazione profana... il cui vitreo ronzio di luci mi ridestava, da sempre, la lunga, fessa, lacerata lettera I-i-i-i-i.

Il suo asfalto era come lagrime di pietra... pietra liquefatta e fusa, ma disseccata dagli anni... e dagli anni ancora, sino a sommare i decenni.
...Un vero e piccolo arcipelago quando la pioggia inonda le chiome d’un fanciullo presso il focolare — quasi che quel tocco avesse da sempre un suono, il suono di quella materia che mi rammentava, eternamente, la profonda e sparsa lettera O-o-o-o-o.

E l’inverno dall’estate io non li distinse mai se non per l’aroma:

D’inverno v’era in quel luogo molto di ciò che vien ghermito al bosco e dato alle fiamme. E molte cose di legno si riscaldavano. Io giunsi a mirare come apprestassero allora certe minestre di lattari e di funghi d’ogni foggia... e molta, assai carne sanguinolenta si arrostiva... E ancor più di selva odorava quell'aria: un odore immoto ma fragoroso, profondo, sussurrante... e misterioso — privo di lettera alcuna... (incompiuto)... e non sol perché l’avo mio (quel padre di mia madre) fosse guardaboschi.

...Mentre d’estate l’aria olezzava di giardini e di prati... e quasi nessuno arrostiva la carne... ma sulle braci si friggeva: il pomodoro, il peperone... il grano e le mele... e stille di limone.

La sola costante era che, tanto d’inverno quanto d’estate, un che di simile a un sospiro fluttuava nell’aere, come un brandello di stoffa color di rosa, d’una gonna ancora felice, un effluvio a me inafferrabile, una ciocca di capelli mai riconosciuta... e quel sorriso mi avvinse, e l’estate, e l’inverno...
...e ognuno di quei toni il mio cuore (...lo seppi poi, ma anche allora, nella più dolce e sacra confidenza) lo intrecciò in un accordo, il più amato: A-a-a a-a (non l’acca, no... non ancora!), ma che, al fine, dovea pur essere.

E tutti gli altri quattro sensi rimasero alla custodia dell’ava (quella del padre, la madre di ferro) che sempre si cullava sulla sua gran sedia quando io, ghermito dalla febbre, cadevo nel sonno...

...e in un punto verso la prima terza, alla prima ramificazione: a mancina, poiché a dritta nulla v’era —, s’ergeva una v[aaaaa]sta dimora, costrutta in quadrato, interamente di legno, con un tetto simile a padiglione di guerra:

Gli altrui avi di taluni: in solidi palandrani, di profonde pellicce e lucenti stivali neri, lunghi — i più — e tutti con la danda, e tutti con calzoni a righe — tra le volute di fumo che si sprigionavano (pur sempre fumo) da eletti sigari, dicevano: «Ooo, ma quello fu un albergo d’alto rango ai suoi dì, e perdio se lo fu!... non v’entrava il primo venuto — fu il primo ostello di questa terra!»

Gli altrui avi di altri: dalle vesti sgargianti, senza mantello, ma sfoggiando sì belle giacche, d’un piglio atletico, e con scarpe, a me così dolci, stranamente vaghe, variopinte... con catenelle sottili in luogo di cravatta, di nobili metalli dai quali pendeano simboli a me ignoti, e calzoni sciolti ma assai angusti, dicevano: «E... quello fu pure il primo cinematografo di qui, aristocratico, ridotto in sale, ma di sfarzo bastante, dalle scarse poltrone e spirante fama!»

E gli altrui avi di altri ancora: con le camicie aperte sul petto, e il solo panciotto, spesso di minuto lavoro a maglia, e con stivali ma pure con zoccoli di legno, e — sopra tutto — calzoni ampi serrati da un gran cinturone, favellavano: «Vi fu qui anche (e in confidenza — a che pro la confidenza?, griderebbe l’altro) una florida taverna, per un breve volger di tempo (ahi, che tedio e che miseria, dicean con dispregio), solo per scelti fazzoletti di seta...» (qualcosa sbucherà dalle loro tasche, senza fallo)...

Ah... Allora in essa abitava soltanto, come spiando il focolare, un vegliardo, dicono: «Un tal Signor...» — mi dice mio padre, dicono pure i suoi sodali: «L’unico erede...» ...e per contro, alcune fanciulle nuove — quando ogni cosa rinfrescava in verde — (oggi già prime verginelle) avrebbero voluto dire: «Oh, che orrore... immagina, così grande... quella vecchia casa... ed egli vi siede solo.» — in luogo delle loro ave.
Sí,
...il viale più silenzioso, come una seta borghese in un (profondo, ispiratore) vespro, spirante un istante prima.

[Le notti!] Ah, lasennes... Erano magiche, ordite tutte d’un dolce e nevoso brivido... tepide e fragranti come il primer tè del mattino.
...E per questo le rammento sì poco, poiché le amai con tutta la violenza dell’anima infantile ed io le mirai tali... esattamente quali esse erano, nella loro più pura e folgorante verità.

La Via dei Tigli (ella, una sommessa cantilena del testo di Lav Atanasijin
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